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Forlì. Il processo ai genitori di Rosita Raffoni, la 16enne che si suicido nel 2014 gettandosi dal tetto del Liceo Classico G.B. Morgagni torna a far parlare di se balzando alla cronaca per una polemica tra il mondo della scuola e il giudice. Una lettera firmata da 200 persone inviata al presidente della Corte di assise che aveva  sostenuto che gli insegnati non “avessero fatto abbastanza” Giovanni Trerè avrebbe detto: “Da voi insegnanti ci si aspetta di più. E’ emerso il disagio di Rosita e dite che non vi siete accorti di niente. Se aspettate segni chiari e palesi, allora queste cose continueranno”. Ora alcuni professori del liceo forlivese hanno diffuso la lettera che dice: “La sensazione più diffusa è che siamo isolati di fronte a tutto quanto la società non sa gestire. Sembra che a volte si pretenda che possediamo i ‘superpoteri’ per capire oltre la realtà umanamente percettibile”. In questa vicenda, ricordiamo che è imputati sono la madre di Rosita per maltrattamenti e anche il padre per istigazione al suicidio. Ma dall’altra insorgono anche le mamme come Donatella Piccioni “Non ho certamente la pretasa di raccogliere 220 firme tra i genitori dei ragazzi che hanno frequentato il liceo classico tradizionale (i genitori non sono una “categoria”), ma ritengo di dover dire la mia di fronte ad una presa di posizione che non condivido affatto…. Scrivo come genitore di una ragazza che ha frequentato nell’anno della morte di Rosita il Liceo e che ha conosciuto il contesto ed i docenti. Si può sbagliare come allievi e come docenti, al liceo classico tradizionale NO! Lo testimonia il tono della difesa… tutta un non sapevamo e non si vedeva, lo testimonio io che per 5 anni ho assistito a comportamenti, da parte di alcuni docenti, tutti mirati a demolire l’autostima di chi non si riteneva all’altezza o non abbistanza “conforme”, forse potrebbero testimoniarlo allievi e genitori che l’hanno come me vissuto! … CERTO Il compito educativo non è solo pretendere buone performance a livello del mero apprendimento nozionistico, ma accompagnare la crescita degli allievi, o sbaglio? Allora si può sbagliare, sottovalutare o non integrare le informazioni (tutti sapevano che la ragazza aveva problemi in casa e la socializzazione con i compagni era ostacolata), ma non si può dire che come insegnanti non si sbaglia mai a meno che non si pensi che l’errore è una sciagura… Per me, come genitore e come formatore (per 20 anni ho lavorato sui processi di apprendimento dal punto di vista psico / pedagogico), rimuovere la possibilità di errore, il dubbio, la fragilità ed esaltare solo la massima prestazione, l’omologazione è una violenza nei confronti di chi cresce e si forma, nei sconfronti delle menti più ricche, quelle che vorrebbero sperimentare, quelle che hanno bisogno di “spazio” e “amore”. Allora mi sento di dire IO HO IMPARATO MOLTO DI PIU’ DAI MIEI ERRORI CHE DA TUTTI I MIEI SUCCESSI ED HO AMATO ED AMO GRAZIE ALLA COMPRENSIONE MIA E DEGLI ALTRI CHE E’ PARTITA DA QUI. Mi piacerebbe che questo dolore producesse qualcosa di positivo e non una levata di scudi.” così conclude una mamma che questa storia l’ha vissuta attraverso l’esperienza della figlia.